Primpied by Luciano Russo

 

Design to (eye)wear

Conversazioni a “quattrocchi”

 

L’occhiale che sta bene su tutti i volti: da quelli più spigolosi a quelli più morbidi è il nuovo must have di Philippe Rouge, che con Roberto Palomba e Ludovica Serafini sposta lo scaffale dell’ottico dall’accessorio moda al pezzo di design. Ed è subito Primpy. Rigorosamente d’autore. Moltiplicato per due.

Come due figli nati dalla stessa madre ma per mano di due padri differenti, Interior design e moda sono due mondi che da sempre comunicano tra di loro.

 

 

Oggi più che mai l’essenza di tutto ciò che ci circonda fluttua in un fiume senza argini, che permette ad ognuno di noi di confrontarsi e sperimentare se stesso come meglio crede nel settore che più lo stimola.

 

Succede anche ai big

“Credo che prima gli ambiti fossero troppo chiusi, ma l’essere umano non è nato per stare in una gabbia. Per cui non è adesso che tutti vogliono fare tutto, è che finalmente noi siamo noi stessi.” Ludovica Serafini lo afferma in modo deciso: “la società sta abbattendo più barriere possibili mentre da una parte esiste l’iperstraspecializzazione, dall’altra esiste il total creativo”.

La conversazione inizia così, senza preamboli.

Varcando la soglia dello studio di Ludovica + Roberto si finisce per essere assorbiti da questo flusso continuo di stimoli, le pupille immettono lo stimolo visivo per rimandarlo al celebrale e poi al cuore.

La coppia di designer e architetti più celebre del made in Italy ci apre la porta del Palombaserafini, ed è come se superandola mi ritrovassi in un fotogramma del film Jumanji.

 

 

Siamo proiettati in una jungla, come se la natura si riprendesse il suo spazio all’interno di una società così veloce e metallica. Il lungo tavolo pieno di fogli, bozzetti, schizzi, computer perde quasi la sua centralità spaziale perché il cuore vero e proprio dello studio sono loro e i loro collaboratori.

L’intervista si svolge in due riprese. La prima sul posto di lavoro vero e proprio dei due interior designer, la seconda nel vano casa del loft che li ospita.

Il duo lavora a quattro mani da circa trent’anni e bastano poche battute per avvertire la complicità e l’armonia quasi musicale che si scandisce tra di loro.

 

 

Moda e design, cosa pensate di questo connubio?

ROBERTODesign è tutto ciò che non esiste in natura e ha bisogno di essere disegnato, ci sono degli specialisti creativi che disegnano la moda e degli specialisti di design che disegnano gli arredi, tra questi ci siamo noi, che come pochi altri, ci piace metterci alla prova e sperimentare nuovi progetti, sconfinando in altri ambiti creativi.

LUDOVICA: Architettura, design e moda sono semplicemente parole diverse generate dallo stesso alfabeto, la lettera è la creatività e la parola è formata dal linguaggio settoriale che esprime.

 

 

Nell’era in cui tutti fanno un po’ tutto, qual è secondo voi il fil rouge che collega più ambiti ad un’unica persona: è una sfida o mera voglia di apparire?

L.: Quando sei creativo analizzi e progetti qualsiasi cosa intorno a te, dalla moda al design, dalla letteratura alla filmografia, puoi fare quello che vuoi ed è giusto che sia così. Ogni volta vuoi esprimerti e plasmarti sul progetto, ma inevitabilmente rimane sempre il tuo pensiero, la tua mano, e il tuo stile perché ogni progetto in ogni ambito è lo specchio espressivo della stessa visione creativa.

R.: Parafrasando Ludovica, se hai una cifra stilistica vuoi esprimerla in ogni ambito se non ce l’hai è meglio lasciar perdere.

 

 

Nello studio della forma degli occhiali progettati per Philippe Rouge, avete analizzato i teschi umani, riducendoli a 7 tipologie di forme del viso e portando cosi al minimo comune divisore un unico occhiale che fosse adatto per esse. Ma pensate sia così semplice raggruppare tutta la diversità che c’è nel mondo in un unico elemento?

R.: L’elemento comune è che tutti abbiamo una simmetria più o meno centrata e questa si esprime specchiando le due metà del volto, il viso è la cosa più bidimensionale che abbiamo nel nostro corpo in apparenza.

E’ come se la natura avesse creato il volto come una sorta di schermo su cui proiettare le emozioni attraverso le espressioni, e l’occhiale in qualche modo serve per nasconderle, mascherarle o filtrarle. L’occhiale da sole è l’arma vincente per dissimularle e enfatizzare, per creare dei personaggi che non ci sono, insomma c’è il gioco del travestimento.

L.: … come se il viso arrivasse in un secondo momento, perché protetto da un filtro che stando davanti, lo precede.

Nella scala dei valori visivi, l’ eyewear rappresenta la comunicazione che l’ individuo sceglie per se stesso, il proprio filtro verso il mondo, che in qualche modo protegge, nasconde e permette di giocare con la propria immagine.

 

 

Qui la domanda sorge spontanea: cosa incarni indossandolo?

R.: Devo dire che la notorietà a volte ti porta a volerti filtrare, diventa piacevole mettere un occhiale da sole per escludere il mondo che ti circonda, per poter fingere di camminare credendo di essere inosservato, “see and be seen”.

L’elemento ironico è che l’ occhiale da sole per la persona nota è come la testa dello struzzo sotto la sabbia, pensi che non ti vedano ma il tuo culo è abbondantemente fuori.

L.: Per questo puoi non truccarti ma devi fare parecchi squat!

E qui il fulcro dell’attenzione si sposta sui lati b famosi delle star, e sicuramente a quello che il nostro secolo ci ha dato come il più esposto, quello di Kim Kardashian.

 

 

Primpy nasce dal verbo to primp, matchare. Nel vostro percorso vi è mai capitato di accostare due cose che apparentemente non erano pensate per stare insieme, ma l’effetto finale è stato “Giusto perché Sbagliato”?

R.: Noi siamo di base dei matchatori, lo facciamo non seguendo delle regole prestabilite. Credo che si debba essere rigorosi nell’ossatura ma non nella pelle mentre che è eclettica e variabile.

Nell’interior noi giochiamo molto su questo discorso qua, crediamo che una scatola rigorosa sia la migliore scenografia per poter contenere degli allestimenti variabili.

 


A questo punto l’intervista si sposta al piano di sopra e tento di entrare più nell’intimità di queste due poliedriche personalità. La cosa che più mi colpisce è l’accurata capacità di giudizio e la giusta dose di critica, che l’uno riserva all’altro. Al punto da invertire la mia domanda per definire se stessi e specchiandola sul loro partner, un cluedico processo che ribalta gli schemi passando da indagati a detective.

R.: Ludovica secondo me è una persona sensitiva e inesatta.

L’esattezza è la fine di un percorso, mentre l’inesattezza è la ricerca di un finale, che ha delle debolezze, ma equivale alla curiosità e a quello squilibrio che ti porta sempre a fare un passo avanti se non vuoi cadere … “l’irresistibile inesattezza dell’essere”.

L.: Le due cose che mi colpiscono più di lui dopo 30 anni  sono due caratteristiche che trovo nelle persone abbinate: la enorme, totale, bulimica, voragine di curiosità, per cui lui riesce a passare in una stanza e vedere tutto, è un curioso patologico anche su quello che non gli interessa.

La creatività costante che lui ha in tutto, si potrebbe esprimere in qualsiasi cosa.

 

 

Dopo queste dichiarazioni frutto di anni di collaborazione tra i due, con un occhio misto tra il clinico e lo psicoanalitico, il registro si sposta su tematiche più futili ma non banali. Perché i primi su cui creiamo un progetto siamo noi stessi e lo comunichiamo in prima battuta grazie a come decidiamo di apparire, partendo proprio dal nostro look.

3 pezzi che non possono mancare nel vostro guardaroba?

L.: Gli slip! So che non tutte le donne le portano ma per me sono fondamentali, ho freddo solo a pensarci. D’altronde non so neanche esattamente cosa ci sia nei miei armadi, sono molto rigorosa nell’architettura nell’interior ma non lo sono affatto nel mio guardaroba. Vivrei di valigie, vestirsi non fa parte di me.

R.: T-shirt blu – jeans – sneakers, non voglio dare un immagine troppo teen di me, ma penso che quella sia la mia divisa preferita e se fossi obbligato a vestirmi con un unica cosa sceglierei questo.

Perché il blu? Il bianco ingrassa da morire, il blu è scuro ma non è nero riesci ad essere rigoroso monocromatico ma non formale.

 

 

Se dovessi ordinare il tuo guardaroba secondo una di queste 3 variabili: quale sceglieresti?

– Colore

– Tessuti

– Modi di essere

L.: Modi di essere sicuramente no perché penso che ogni volta che ti vesti, lo fai in base a quello che vuoi essere quel giorno, io personalmente riesco a mischiare le cose più incredibili.

Non è quello che hai addosso, ma sei TU e le cose che indossi.

R.: E anche la temperatura, Ludo si veste meteorologicamente, ha una temperatura anche mentale ad un certo punto sente il bisogno di avvolgersi perché si sente infreddolita dalla vita e si avvolge, si sente spavalda e il suo caldo mentale la porta ad andare in giro con poche cose addosso.

Per me nella comodità di trovare le cose, il guardaroba deve essere un luogo come pochi ordinato, non lo è il mio.

Il sogno della mia vita è avere le scarpe in ordine, le giacche, i pantaloni e tutto sempre stirato insomma più che un guardaroba amerei avere una guardarobiera.

Il mio feticcio avere i pullover tutti dritti per nuance di colore e per calore.

 

 

Il tuo colore preferito ?

L.: Oggi il nero, è un colore che non ho mai usato in vita mia ma da uno/due anni sono divenuta monocromatica.

R.: Il mio colore preferito non c’è, di base il blu.

 

 

Ti sei mai fatto la domanda che cosa mi metto?

L.: No, io faccio l’inverso non ho mai niente da mettermi.

R.: No, non mi sono mai posto il problema, mi metto quello che mi va.

Sono un uomo di una certa età che fa un mestiere che non lo obbliga a dover usare una divisa e che non è né così vecchio da doversi privare, e per fortuna vivo anche in un epoca in cui si può indossare quello che si vuole. Ovviamente il tutto nella decenza di non sforare nel ridicolo.